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Il riflesso della percezione, Enrico Versari

Il riflesso della percezione

In un passo dei Veda, sacro testo induista recitato dai monaci ad ogni abluzione mattutina, si legge: “… gli occhi si aprirono: dagli occhi sorse uno sguardo; da quello sguardo nacque il sole”.

Il primo legame col mondo avviene attraverso i sensi: se noi non esistessimo il mondo non esisterebbe. Il mistero della vita risiede dunque in uno sguardo!

Ma se è vero che lo sguardo crea la relazione tra l’oggetto percepito e il soggetto che percepisce, è il disegno che cristallizza questa unione.

Ma cosa vediamo? La fotografia, non basta da sola a rappresentare oggettivamente ciò che appare? E’ attraverso il “Mito della caverna” che la filosofia greca, mediando l’antico pensiero orientale, in cui è “Il velo di Maya” ad ingannare la nostra vista, ci insegnò a diffidare dei sensi. La caverna di Platone è simile ad una camera ottica in cui gli uomini contemplano l’illusione del un mondo proiettato nelle pareti.

Anche il nostro occhio crea immagini di luce che si manifestano ribaltate sulla retina, ma questa immagine non è letta direttamente, ma interpretata dal nostro cervello. L’immagine è, infatti, trasformata in svariati impulsi elettrici che iniziano il percorso verso il lobo occipitale del cervello. I segnali, smistati da altri settori cerebrali, verranno a loro volta verificati creando un significato abbastanza coerente a ciò che vediamo. Rappresentando l’idea di un mondo solido e stabile. Guardare non corrisponde a fotografare, la percezione ci rende esclusivi portatori di un punto di vista, diverso e unico.

Il disegno è lo specchio della percezione e illustra i processi mentali connessi all’ elaborazione delle immagini, sfruttando la memoria che dell’oggetto l’osservatore possiede e con poche linee ben scelte evoca un tutto.

Il Buddismo Zen e Chan praticava il disegno come esercizio meditativo. L’antica pittura cinese e giapponese a china ha rappresentato per secoli il nodo tra il soggetto e l’oggetto, l’unione dei quali crea l’incanto di un mondo essenziale. Il monaco buddista meditava per ore sul paesaggio, poi attraverso rapidi gesti rappresentava sinteticamente, al chiuso del monastero, quanto aveva percepito all’esterno. Alcuni monaci diventarono grandissimi artisti.

La percezione è un’ipotesi abbozzata su alcuni indizi, che rappresentano i caratteri essenziali del fenomeno. Senza un’ipotesi, anche non corretta, non potremmo trarre un nesso tra gli innumerevoli stimoli provenienti dall’ambiente esterno. Anche per il grande Karl Popper dobbiamo fare errori mentre apprendiamo, per poi progredire a diversi stadi di approssimazione alla realtà.

Nel disegno per prima cosa si rappresentano i caratteri essenziali e lo sguardo, come vuole la Gestalt, procede dal generale al particolare.

La percezione come la rappresentazione, è un’ ipotesi, una scelta comoda tra le tante possibili.

Lo strumento dell’Epochè per gli antichi filosofi Scettici corrispondeva ad un dubbio: né accettare né rifiutare, né affermare né negare. Fare “Epochè” significa mettere da parte tutte le nostre convinzioni e anticipazioni legate ad un fenomeno, demolire e abbandonare ogni pregiudizio, tralasciare ogni pre-comprensione del mondo, abbandonando ogni punto di vista, combattendo ogni buon senso.

Il ricercatore fenomenologico, come il monaco zen, crea il vuoto nella sua mente per trasformarsi in uno spettatore ingenuo e disinteressato per rappresentare l’essenziale.

La Gestalt segue la massima del “Principio Olistico”, in cui il tutto è più della somma delle sue parti; l’immagine sensoriale è percepita come un campo di forze in cui gli elementi si condizionano reciprocamente.

Ogni atto visivo è una scelta all’interno di un complicato sistema di segni; attribuiamo rilievo ad alcune configurazioni, scartandone altre.

Ma per comprendere la Gestalt è utile creare il vuoto per mezzo della Fenomenologia attraverso una “sospensione di giudizio”.

La Fenomenologia ci insegna che quando guardiamo un oggetto non osserviamo un fenomeno puro, “la cosa in sé e per sé”, per colpa dell’esperienza passata che di quell’oggetto abbiamo. La memoria compromette l’innocenza del nostro sguardo.

Si comprende meglio adesso il gesto dall’artista-filosofo Marcel Duchamp che decontestualizzando un oggetto lo rende nuovo, appena nato; smontandolo di significati, lo presenta allo sguardo in maniera pura e non condizionata da una funzione. Dall’altra parte, Giorgio Morandi rappresentava l’essenza dei fenomeni con l’antico strumento della pittura.

Johannes Itten racconta che nel 1922, quando Kandinsky entrò nel Bauhaus di Weimar discuterono assieme a Klee su come spartirsi i programmi di insegnamento e arrivarono alla conclusione che Itten avrebbe studiato i fenomeni del colore, Klee quelli relativi alla forma, mentre Kandinsky decise di occuparsi, per anni, dello studio dal vero, per lui necessario per aumentare la consapevolezza.

Perchè oggi seguire l’intuizione di Duchamp e non la faticosa meditazione di Morandi?

Ciò che vediamo può essere molto differente da ciò che conosciamo.

Innata è la semplicità che non si apprende, abita in noi e rappresenta l’alfabeto con cui decifriamo i fenomeni. Per E. H. Gombrich saremmo guidati da un “innato senso dell’ordine”. Serve un atteggiamento critico che superi il realismo ingenuo, che tratti i fenomeni percettivi con sospetto. Il disegno e la rappresentazione in genere possono ancora servire, ma non per la creazione di un bello effimero ma per uno studio filosofico su ciò che appare, per insegnarci a gettare un nuovo sguardo sulle solite cose.

Enrico Versari

“Il Falco Letterario” Primavera 2011

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